UE–India: il libero scambio come leva di autonomia strategica nell’era dei dazi e delle superpotenze

Oltre le difficoltà dell’accordo con il Mercosur e oltre l’inasprimento dei dazi globali, l’Unione europea punta sull’India come perno della propria strategia commerciale e geopolitica. Dopo quasi vent’anni di negoziati avviati nel 2007 e rilanciati nel 2022, Bruxelles e Nuova Delhi hanno raggiunto un’intesa politica su un accordo di libero scambio, presentata dalla Commissione europea come potenzialmente la più ambiziosa mai conclusa dall’India con un partner estero.

 


 

Durante la visita ad alto livello a Nuova Delhi, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo António Costa e il primo ministro indiano Narendra Modi hanno incorniciato l’intesa come un segnale politico rivolto al sistema internazionale, e implicitamente a Washington, riaffermando che “la cooperazione basata su regole è la risposta migliore alle sfide globali”. Si tratta di una dichiarazione politica, non di un giudizio neutrale, ma chiarisce l’intento strategico dell’operazione.

Perché l’UE ha puntato sull’India?

Secondo la Commissione europea, l’accordo risponde a una duplice esigenza: rafforzare i legami con la più grande democrazia del mondo in un contesto di crescente competizione geopolitica e ridurre la dipendenza da mercati sempre più esposti a misure protezionistiche. L’India è oggi la quarta economia mondiale e il Paese più popoloso, ma resta relativamente defilata dalle esportazioni europee, anche a causa di tariffe tra le più elevate tra le grandi economie.

UE e India scambiano già beni e servizi per oltre 180 miliardi di euro l’anno. Bruxelles stima che, una volta pienamente operativo, l’accordo potrebbe raddoppiare le esportazioni europee verso l’India entro il 2032, sostenendo posti di lavoro che oggi sono stimati in circa 800.000 nell’UE. Si tratta di proiezioni ufficiali, non di risultati acquisiti.

Cosa prevede l’accordo: industria, servizi e agricoltura

L’intesa prevede l’eliminazione o la riduzione dei dazi su oltre il 90% delle esportazioni di merci dell’UE, con un risparmio stimato fino a 4 miliardi di euro l’anno in dazi doganali. Per l’industria europea, l’India concederebbe riduzioni tariffarie senza precedenti: automobili: riduzione graduale dal 110% al 10%, con contingenti annuali; macchinari: progressiva eliminazione di dazi fino al 44%; chimica e farmaceutica: abbattimento di tariffe fino al 22% e all’11%.

Sul fronte agroalimentare, la Commissione ha adottato un approccio prudente. I prodotti politicamente sensibili per l’UE quali carne bovina, riso, zucchero, pollame, latte in polvere restano esclusi dalla liberalizzazione. Al contrario, si aprono spazi significativi per le esportazioni europee a maggiore valore aggiunto: vino e alcolici: dazi ridotti dal 150% a una fascia tra il 20 e il 30%; olio d’oliva: eliminazione completa dei dazi entro cinque anni; liberalizzazione per pasta, prodotti da forno e dolciumi.

È bene precisare che tutte le importazioni continueranno a essere soggette agli standard europei su sicurezza alimentare, salute umana, animale e vegetale senza deroghe. È inoltre previsto un meccanismo di salvaguardia bilaterale, attivabile in caso di perturbazioni di mercato, e un negoziato separato — ancora in corso — sulle indicazioni geografiche, tema particolarmente sensibile per i produttori europei.

Servizi, PMI, digitale e sostenibilità

Un elemento qualificante dell’accordo è l’accesso privilegiato al mercato indiano dei servizi, in particolare servizi finanziari e marittimi, con impegni che la Commissione definisce i più ambiziosi mai concessi dall’India in un accordo commerciale. È previsto anche un capitolo dedicato alle piccole e medie imprese, con sportelli informativi, semplificazione doganale e maggiore trasparenza normativa.

Sul piano della sostenibilità, l’accordo include impegni giuridicamente vincolanti su: tutela dell’ambiente e del clima; diritti dei lavoratori e condizioni di lavoro dignitose; parità di genere ed emancipazione economica femminile; cooperazione su accordi multilaterali come l’Accordo di Parigi. La loro applicazione sarà affidata a meccanismi di consultazione e, in ultima istanza, a procedure di risoluzione delle controversie con panel indipendenti e decisioni vincolanti.

Autonomia strategica: l’India come termine di confronto per l’UE

L’accordo si inserisce in una convergenza più ampia sul concetto di autonomia strategica. L’India, erede della tradizione del non allineamento, ha costruito nel tempo una rete di partnership differenziate — dagli Stati Uniti ai BRICS — senza accettare vincoli politici stringenti. Questa postura si fonda su diversificazione delle dipendenze e protezione selettiva degli interessi nazionali.

Per l’Unione europea, soprattutto dopo il 2022, il concetto di “autonomia strategica” è ripiombato nel continente e se settori quali energia, semiconduttori, politica industriale e commercio riflettono e necessitano di un approccio più assertivo, l’esperienza indiana non è detto che possa essere un modello da replicare; l’India è un’unica nazione mentre l’Unione europea è un’Organizzazione internazionale composta da Stati, ma un riferimento utile.

Impatti regionali e dossier indo-pakistano

Quando si parla di India non si può escludere dal contesto il dossier indo-pakistano. Le tensioni tra i due Paesi restano elevate e strutturali e il dialogo bilaterale è in larga parte congelato dal 2019 e persistono accuse reciproche su terrorismo e Kashmir. Il Pakistan continua a valorizzare la propria posizione geostrategica tra Stati Uniti e Cina, rafforzando il CPEC (Corridoio economico Cina-Pakistan) nell’ambito della Belt and Road Initiative e una nuova visibilità ottenuta dagli Stati Uniti attraverso l’ingresso del Pakistan in formati multilaterali legati a Gaza. E se gli Stati Uniti sfoggiano una diplomazia pragmatica, la riapertura a Islamabad è piuttosto un riconoscimento dell’utilità pakistana in contesti complessi che un riallineamento pieno.

L’UE sulla questione mantiene una posizione formalmente neutrale, anche attraverso il regime GSP+ (il sistema di preferenze generalizzate che l'UE offre ai paesi in via di sviluppo con uno speciale incentivo a perseguire lo sviluppo sostenibile e il buon governo) con Islamabad.

Un rafforzamento economico e politico dell’India tramite l’accordo con l’UE potrebbe incidere sugli equilibri regionali anche se al momento non esistono evidenze che questo accordo possa innescare automaticamente un’escalation o impatti significativi quali opzioni di crisi nella regione.

Conclusione: commercio come strumento di resilienza

Il partenariato UE–India non è detto che sia strutturalmente anti-USA né anti-Cina. È piuttosto un tentativo di rafforzare la resilienza economica e normativa di due grandi democrazie in un sistema multipolare instabile, in cui il commercio è sempre più usato come leva di pressione geopolitica.

La strada verso l’entrata in vigore resta complessa: servirà il via libera del Consiglio UE a maggioranza qualificata e la ratifica del Parlamento europeo, un passaggio politicamente delicato, come dimostra il più recente accordo del Mercosur sul quale entro il 2027 la Corte di Giustizia europea esprimerà un parere riguardo la procedura di ratifica. Al di là dell’esito finale, l’accordo UE–India segnala una direzione chiara: difendere l’apertura commerciale attraverso regole, non attraverso dipendenze.

 

Vincenzo Mongelli 

 


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