Iran: crisi economica, proteste e il peso della storia
L’Iran brucia per la terza volta in sei anni. Le proteste, nate dal crollo del rial e da un’inflazione giunta intorno al 40%, si sono estese a oltre cento città, evolvendosi in una rivolta contro il regime degli ayatollah.
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Le correnti profonde sotto la superficie della crisi
Le immagini che arrivano dall’Iran in queste settimane raccontano una nazione sospesa. Le piazze sono tornate a riempirsi, la moneta continua a perdere valore, il potere risponde con una repressione selettiva ma dura. Siamo di fronte ad una “terza ondata” di proteste in meno di un decennio: dopo il 2019, segnato dal sangue delle manifestazioni contro l’aumento del carburante, e il 2022, quando la morte di Mahsa Amini diede vita al movimento rapidamente evoluto nel grido universale di Donna, Vita, Libertà, oggi è il collasso del rial a riportare le persone in strada.
Eppure, chi osserva l’Iran solo attraverso la lente della crisi economica o delle aspirazioni delle nuove generazioni rischia di cogliere solo la superficie di un fenomeno molto più profondo. La storia persiana insegna che, per comprendere ciò che accade, occorre guardare alle lunghe correnti sottomarine, non solo alle onde di un oceano in tempesta che si infrangono in superficie.
La sindrome d’assedio e la coesione inattesa
L’Iran vive da decenni in una condizione che molti studiosi definiscono di “solitudine strategica” e di “sindrome d’assedio”. Non si tratta soltanto di una costruzione ideologica della Repubblica Islamica, ma di un atteggiamento profondamente radicato nella memoria storica collettiva. Questa è segnata dalle umiliazioni subite nel XIX secolo sotto i Qajar, quando Russia e Gran Bretagna si spartivano territori, risorse e concessioni economiche come se l’Iran fosse una periferia coloniale. Da quell’esperienza è emerso un nazionalismo difensivo che attraversa l’intero arco politico iraniano, ben oltre la frattura tra sostenitori e oppositori del sistema.
Anche la dinastia Pahlavi, pur avendo promosso una modernizzazione accelerata culminata nella Rivoluzione Bianca, finì per accentuare profonde disuguaglianze sociali. Tali fratture furono aggravate dal sostegno occidentale al regime e, soprattutto, dal colpo di Stato del 1953 contro Mohammad Mossadegh, colpevole di aver tentato la nazionalizzazione del petrolio. La Rivoluzione islamica del 1979 nacque anche come risposta a queste ferite storiche. Il sistema politico che ne derivò — ibrido, complesso e spesso contraddittorio — continua a definire l’Iran contemporaneo. Gli studi sull’Iran post-rivoluzionario mostrano chiaramente che la Repubblica Islamica non è un monolite immobile, ma un campo di tensioni costanti tra istituzioni religiose, apparati di sicurezza, tecnocrazie civili e una società giovane, istruita e profondamente connessa al mondo.
È anche per questo che la recente “guerra dei dodici giorni” ha prodotto un effetto controintuitivo. Lungi dall’indebolire il Paese dall’interno, ha temporaneamente ricompattato settori molto diversi della società attorno al tema della difesa nazionale. Anche chi contesta duramente la Repubblica Islamica manifesta spesso una profonda resistenza all’idea di un Iran percepito come debole, eterodiretto o ostaggio di influenze esterne. In Iran, la questione della sovranità precede quella del regime.
Emerge una domanda cruciale: fino a che punto un cambiamento promosso o legittimato dall’esterno può risultare credibile e sostenibile all’interno dell’Iran?
La storia iraniana suggerisce prudenza.
Proteste recenti e riemersione del simbolo monarchico
Le proteste esplose a Teheran il 28 dicembre 2025 e rapidamente estese ad altre città, sono nate ancora una volta da fattori economici: inflazione, salari erosi, disoccupazione e sfiducia sistemica. La repressione è stata violenta, ma non totale. In questo contesto è riemerso un elemento che per anni era rimasto marginale: slogan esplicitamente pro-Pahlavi, come “Viva lo Shah!”, sono stati uditi in diverse aree urbane.
Questo dato non segnala un ritorno lineare del monarchismo, ma indica un crescente appeal simbolico di Reza Pahlavi come figura alternativa per una parte dell’elettorato indeciso, soprattutto tra i moderati disillusi. È un segnale politico, non una maggioranza sociale.
Reza Pahlavi: consenso reale, polarizzazione e limiti strutturali
Secondo i sondaggi condotti da GAMAAN nel periodo 2024-2025, Reza Pahlavi gode di un supporto relativamente stabile intorno al 30-31% della popolazione. Un dato significativo, ma anche profondamente polarizzante: circa un terzo degli iraniani lo appoggia con convinzione come possibile figura di transizione, mentre un altro terzo si oppone in modo netto. Il restante segmento resta fluido, oscillante, sensibile al contesto delle proteste e all’evoluzione della crisi.
Il consenso è disomogeneo. Pahlavi risulta più popolare tra uomini over 40 e fasce meno istruite, con picchi che arrivano al 40-42% in alcune province come il Gilan. Al contrario, incontra maggiore scetticismo tra i giovani, nelle aree rurali e tra minoranze etniche – in particolare curdi e azeri – dove pesano la distanza geografica e simbolica dal Paese dal 1979, nonché il timore di una riproposizione centralista del passato.
Le restrizioni comunicative imposte dal regime rendono difficile una misurazione precisa del consenso reale. Molti analisti sottolineano come la visibilità di Pahlavi sia amplificata dalla diaspora e dai media internazionali pur riconoscendo che le proteste in corso potrebbero accrescerne l’appeal come “opzione di rottura” presso settori oggi indecisi.
Negli ultimi mesi Pahlavi ha intensificato la propria retorica politica, proponendo un piano di transizione di cento giorni, un referendum popolare e scioperi settoriali coordinati. Ha insistito sul proprio ruolo come leader provvisorio, escludendo formalmente una restaurazione monarchica. Resta tuttavia aperta la questione della sua capacità di tradurre visibilità mediatica in reale infrastruttura politica interna.
La diaspora: forza e distorsione
È nella diaspora, soprattutto in Stati Uniti, Europa e Canada, che Reza Pahlavi rappresenta oggi la figura di opposizione più riconoscibile e unificante. Le sue chiamate alla mobilitazione davanti alle ambasciate iraniane hanno prodotto una partecipazione significativa, sostenuta da una forte copertura mediatica occidentale. Anche qui i sondaggi indicano una preferenza attorno al 31%, superiore a quella di altri leader dell’opposizione.
Ma le divisioni restano profonde: monarchici, repubblicani, gruppi etnici, attivisti laici e organizzazioni come il MEK continuano a muoversi in ordine sparso. Questo pluralismo, se da un lato riflette la ricchezza dell’opposizione iraniana, dall’altro ne limita l’efficacia strategica.
In questo scenario complesso, il ruolo della diaspora iraniana è un elemento da osservare. Da un lato, intellettuali, attivisti e giornalisti all’estero hanno svolto — e continuano a svolgere — una funzione cruciale nel rompere il silenzio imposto in patria nel documentare violazioni dei diritti e nel mantenere alta l’attenzione internazionale. Dall’altro, il rischio di una crescente sconnessione tra l’Iran vissuto e l’Iran raccontato dall’esterno è sempre più evidente.
La maggior parte degli analisti descrive un ritorno di Reza Pahlavi in Iran come l’ipotesi meno probabile, nonostante la fragilità crescente del sistema. Il problema non è solo la repressione, ma l’assenza di una maggioranza schiacciante e, soprattutto, di defezioni decisive all’interno degli apparati statali e di sicurezza.
Pahlavi ha dichiarato la propria disponibilità a rientrare in Iran per accompagnare una transizione democratica e non ha escluso l’appoggio a pressioni o interventi statunitensi, anche nell’ipotesi di un impegno diretto da parte dell’Amministrazione Trump. Tuttavia, l’esperienza storica iraniana indica che i cambiamenti percepiti come eterodiretti producono spesso l’effetto opposto, finendo per rafforzare le componenti più intransigenti del sistema.
Una lezione storica che ritorna
La storia del Paese mostra infatti una costante difficilmente eludibile: l’orgoglio nazionale rappresenta un potente fattore di coesione. I già ricordati colpo di Stato del 1953 contro Mossadegh e la modernizzazione autoritaria dei Pahlavi restano riferimenti centrali nella memoria collettiva. Di conseguenza, ogni pressione esterna che evochi il “regime change” o il neo-colonialismo tende a delegittimare l’opposizione interna e a consolidare i settori più conservatori del potere, spesso anche economicamente avvantaggiati dall’isolamento internazionale.
Se un cambiamento avverrà – e le piazze indicano che la domanda di trasformazione è reale – dovrà essere un processo endogeno, lento, contraddittorio, forse imperfetto. La diaspora può essere un megafono, una risorsa culturale e informativa, ma non può sostituirsi a chi vive quotidianamente stagflazione, repressione e disillusione politica.
Comprendere l’Iran contemporaneo significa accettare questa complessità: il suo futuro non nascerà da un copione scritto altrove o su ispirazione e realizzazione di stampo occidentale, ma dalle tensioni irrisolte della sua stessa storia. Ignorare questa complessità non aiuta a capire l’Iran; contribuisce solo a fraintenderlo.
Vincenzo Mongelli

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